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Inglesismi nella lingua: necessari, accessori o intollerabili?

Novembre 17, 2020

William Krause, Unsplash

Sono dappertutto, in qualsiasi contesto professionale e anche nella vita di tutti i giorni. A volte sono proprio necessari, altre, invece, sono del tutto inutili e quando fanno capolino hanno spesso hanno un che di snob, artificioso e irritante. Sono i forestierismi, in particolare gli anglismi (o anglicismi), dei quali sembra che non si possa proprio più fare a meno, senza sembrare un po’ sfigati.

Le mail si fowardano, le risposte si inviano asap (as soon as possible), che quelli più goffi pronunciano addirittura asàppe; per spezzare la fame si fa un coffee break, poi si riprende col meeting, e a seguire, col debriefing. E, grazie anche alla diffusione del Covid, ci si vede in call per un webinar in streaming per finalizzare il main project.

Sul tema è già stato detto tutto, dai nazigrammar che vorrebbero contrastare i forestierismi a oltranza ed eliminarli completamente dal panorama linguistico della lingua di Dante, ai più tolleranti che accettano le contaminazioni passivamente, perché tanto le lingue sono animaletti vivi e mutevoli, evolvono e ci dobbiamo mettere l’anima in pace.

Il processo è noto; prendete il latino, per esempio: nella massima espansione dei Romani, venne adottato da chi abitava territori molto lontani da Roma, trovandosi a fare i conti con chi in quei territori già ci viveva e già, ovviamente, una lingua la parlava. I linguisti le chiamano “lingue di sostrato”: l’incontro della lingua locale e di quella forestiera finì dare vita, per contaminazione, a lingue altre, diverse, “corrotte” e nuove, germi di quelle che parliamo oggi.

Una cosa va detta: dalle contaminazioni possono nascere cose belle, e in qualche caso la parola inglese entrata nell’uso dell’italiano è più funzionale del corrispettivo italiano.

Potreste mai chiamare “topo” il mouse? E il server, come lo chiamereste?

Certamente, accanto a espressioni straniere entrate nell’uso senza che ci sia davvero una possibilità alternativa in italiano, esistono molti, moltissimi, casi in cui non ci sarebbe veramente bisogno di andare in prestito.  E fra questi, ci sono casi in cui ricorrere al prestito può avere esiti addirittura ridicoli.

Tempo fa mi è capitato di analizzare la specifica tecnica di un termostato. Il documento era complesso, non sempre ben organizzato, ma non uno dei peggiori che mi sia capitato di leggere. Una cosa, però, ha subito attirato la mia attenzione: la modalità di funzionamento. Nel documento, infatti, si diceva che due sono le modalità di funzionamento del termostato: modalità riscaldamento o raffrescamento, solo che lo diceva in inglese. Il termostato, dunque, poteva essere, sottintendendo la parola “modalità”, in heating o in cooling.

Non serve essere maliziosi per trovare ridicolo il suono dell’espressione in cooling.  Certamente poco appropriato in un documento che deve indurre il cliente ad avere fiducia in noi. In cooling, no dai.

Quindi che fare? Usare il buon senso, direi: quando è proprio necessario, bene l’inglese: mouse, server, computer; dov’è possibile l’italiano, meglio: inoltrare le mail, fare una riunione, o una pausa caffè! Queste sono #parolegagliarde!

Quali sono i tuoi inglesismi irrinunciabili? E ti sono mai capitate situazioni buffe a causa di qualche espressione straniera? Se ti va di farmelo sapere, scrivilo nei commenti qui sotto. A presto!

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