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Servizio sociale, potere e metodo anti-oppressivo: intervista a Mara Sanfelici

6 Gennaio 2025

Mara Sanfelici

Ciao Mara, mi parli di te?

Sono una ricercatrice di servizio sociale e insegno Fondamenti del servizio sociale all’Università di Milano Bicocca. Per vent’anni ho lavorato come assistente sociale sul campo, in diversi ruoli: dal lavoro diretto con bambini e persone anziane, al coordinamento di una RSA, al lavoro di progettazione e ricerca con la Fondazione nazionale assistenti sociali, fino all’ingresso in accademia.

Oltre all’attività di docente, c’è la ricerca. Mi racconti su cosa stai lavorando ora?

Attualmente sono la responsabile scientifica di un PRIN (progetto di rilevante interesse nazionale), uno studio su come le tecnologie digitali interagiscono nel processo di aiuto nel servizio sociale. Partecipo ad altri progetti di ricerca su temi quali: il ruolo del servizio sociale nel contrasto alla povertà, la tensione tra cura e controllo nei servizi di primo accesso, l’uso delle tecnologie digitali in infanzia, la costruzione di pratiche anti-oppressive nel servizio sociale.

Parliamo, allora di potere. In quanti modi l’assistente sociale può esercitare quello che deriva dal suo ruolo?

Il grado di potere, se lo intendiamo come capacità di influenzare le decisioni, varia in relazione a fattori individuali, organizzativi e socioculturali. L’assistente sociale occupa diversi ruoli nelle organizzazioni, dall’impiego nel lavoro diretto con le persone, ai ruoli di coordinatore, responsabile di servizio, dirigente, ricercatore, consigliere dell’ordine. Nei ruoli apicali ha maggior potere, compreso quello di decidere se e come autorizzare altri operatori e cittadini a prendere parte alle decisioni.

In generale, lo status di professionisti legittimati a agire nei servizi conferisce potere a tutti gli assistenti sociali, perché li autorizza a prendere nel quotidiano decisioni che impattano sulla vita dei cittadini.

Ma il loro potere ha origine anche da variabili che non riguardano direttamente l’interazione professionale; queste possono essere, per esempio, l’appartenenza di genere, lo status socio economico, l’etnia: categorie in relazione alle quali si costruiscono forme di privilegio o oppressione che coinvolgono tutti, cittadini che incontrano i servizi e assistenti sociali.

Quanto è sentito il tema del potere nella quotidianità dell’assistente sociale? E come entra nel suo lavoro pratico?

Il potere è una questione cruciale nel servizio sociale ed implica un costante esercizio di riflessività critica. Il potere può essere usato, più o meno consapevolmente, per opprimere l’altro oppure, al contrario, per promuovere empowerment individuale e collettivo. Gli assistenti sociali sono mediatori della relazione tra organizzazioni e cittadini, hanno un ruolo di gate-keeping nell’accesso alle risorse, cioè possono influenzare i modi in cui vengono prese le decisioni rispetto all’allocazione delle risorse, sono chiamati a decidere in casi complessi in cui sono a rischio (e talora in trade off) i diritti delle persone. Un certo grado di discrezionalità consente loro di decidere se limitarsi a svolgere un ruolo di “tecnici” attivatori di risorse – mandato purtroppo prevalente in molte organizzazioni – o impegnarsi in quello che il codice deontologico definisce come il “ruolo politico” della professione, che si esplicita nei tentativi di restituire voce ai gruppi più oppressi, di influenzare e cambiare pratiche e politiche ingiuste, attraverso azioni a diversi livelli. Possono anche ammettere diversi gradi partecipazione dei cittadini al processo di aiuto.

Cosa comporta avere o non avere consapevolezza del proprio potere? Che conseguenze ha?

Se manca una riflessione critica su come le relazioni di potere prendono forma a diversi livelli, nella relazione con i cittadini e con l’organizzazione di cui si è parte, si rischia di oscurare processi cruciali e, di conseguenza, di attivare anche involontariamente pratiche oppressive. Questo accade, ad esempio, quando sceglie, più o meno consapevolmente, di impostare con le persone relazioni asimmetriche, in cui chi riveste il ruolo più forte stabilisce in modo direttivo la traiettoria del cambiamento e le azioni necessarie, cioè cerca di indurre la persona a fare ciò si ritiene “giusto” per lei o per il suo “bene”. Oppure, accade quando si partecipa acriticamente a pratiche organizzative che rischiano di negare diritti e riprodurre forme di esclusione o di etichettamento. Inoltre, si corre il rischio di attivare bias e pregiudizi comuni, come l’equivalenza (del tutto arbitraria) “persona povera = persona meno capace di altre o scarsamente motivata”.

La scrittura contribuisce a questo processo? In che modo si inserisce in questo tipo di riflessioni?

La scrittura nel servizio sociale implica scelte che riflettono i modi in cui rappresentiamo la realtà, e dunque anche le persone coinvolte nel processo di aiuto e il nostro ruolo in tale processo. Le parole “sono finestre oppure muri” – dice il titolo di un libro di Rosenberg: una sintesi efficace per dire che le parole possono “intrappolare” le persone all’interno di definizioni svalutanti o stigmatizzanti, oppure possono evidenziare capacità, potenzialità e aprire a possibilità. I modi in cui usiamo le parole nelle relazioni scritte dicono molto di come abbiamo impostato la relazione di aiuto, autorizzando modalità più o meno simmetriche nella relazione con le persone. L’uso di forme impersonali spesso è una scelta per conferire maggiore “oggettività”,  che si accompagna al rischio di oscurare nei testi l’elemento umano e le soggettività delle persone coinvolte.

Che ruolo ha la parola “responsabilità” nella scrittura dell’assistente sociale? C’è qualche altra parola che per te è importante (o dovrebbe esserlo)?

Responsabilità è una parola essenziale, compare in quasi tutti i titoli del codice deontologico italiano, che esplicita i fondamenti valoriali della professione e i relativi principi. Ogni relazione scritta dovrebbe essere coerente con tali principi: la scelta delle parole riflette il principio di non giudizio e non discriminazione? Il linguaggio costruisce una rappresentazione delle persone coinvolte capacitante o ne evidenzia solo o soprattutto i tratti negativi? Quanto sono rappresentate le variabili di contesto fonte di oppressione sociale che bloccano la capacità di agire e di esprimersi delle persone?

Nella tua esperienza, cosa le assistenti sociali sentono mancare nella loro scrittura?

In questo periodo sto collaborando con un gruppo di colleghe assistenti sociali in un progetto di practice research sulla scrittura nel servizio sociale. Una delle riflessioni emerse riguarda una questione fortemente legata ai temi del genere e al tradizionale oscuramento del valore del lavoro di cura: sentiamo di essere stati socializzati a un’idea di professionalità che implica razionalità e distanza per essere sufficientemente “oggettiva”e per questo affidabile, rischiando di contribuire a oscurare il potere della relazione come motore del cambiamento e di processi di reciproco riconoscimento. Un lavoro relazionale che si “fa” in pratica, ma che spesso scompare nella scrittura dei documenti e nelle stesse relazioni degli assistenti sociali come “dato per scontato”, non rilevante. È invece necessario recuperare le parole per dirlo considerato che costituisce il cuore del nostro intervento.

Le parole di Mara mi hanno profondamente colpito e stimolato a nuove riflessioni sulle potenzialità della scrittura efficace applicata al servizio sociale. Proprio per questo, abbiamo cominciato a lavorare alla stesura di un nuovo testo dedicato alla scrittura nei servizi sociali.

Se hai commenti e considerazioni, fammi sapere cosa ne pensi aggiungendo un commento. Lo terremo in grande considerazione.

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