Lunedì scorso, durante il laboratorio Comunicare nel Servizio Sociale tenuto dalla professoressa Mara Sanfelici all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ho avuto il piacere di tornare a parlare di scrittura efficace nel servizio sociale.
Non più a Parma, ma con un nuovo gruppo di studentesse del terzo anno, altrettanto attente, altrettanto piene di domande.
Così, per rompere il ghiaccio e cominciare a riflettere sul fragoroso potere delle parole, ma anche sui suoi pericolosissimi limiti, ho proiettato una frase. Era tratta da una relazione scritta da un’assistente sociale, e raccontava il comportamento di una bambina durante un incontro protetto con il padre, nello Spazio Neutro:
“Resta seduta sempre sulla stessa sedia, accanto alla porta d’ingresso del Servizio, indossando la mascherina e rifiutando qualsiasi tipo di gioco e interazione.”
E ho chiesto: cosa ci dice davvero questa frase?
Lì ho visto accendersi la miccia di curiosità e stupore negli occhi spalancati di queste future professioniste.
Perché la scrittura, specie in ambito sociale, non è mai solo descrizione. È sempre, anche, costruzione di senso.
Così, ho introdotto uno dei miei riferimenti preferiti: la pistola di Čechov.
Il principio è noto, ma sempre efficace: se in una storia compare una pistola, quella pistola, prima o poi, dovrà sparare. Cioè: ogni dettaglio che scegliamo di includere ha un peso. Deve avere una funzione. Non può essere lì per caso.
Alcuni elementi, se non messi a fuoco dallo sguardo di chi scrive, rischiano di passare come sfondo e non come indizi narrativi o psicologici attivi. Guardiamo da vicino i messaggi contenuti in questa frase, allora:
Valore comunicativo forte e immediato.
È una scelta spaziale che dice molto, anche a livello non verbale: la bambina è fisicamente presente ma psicologicamente distante.
È una forma di “resistenza gentile”: non fugge, ma nemmeno si lascia coinvolgere.
Questa è una pistola che “spara” già nel momento in cui viene mostrata.
Chiaro anche senza spiegazioni.
Nel contesto del Servizio, questo comportamento è immediatamente interpretabile come un blocco, un sintomo, un segnale di disagio o chiusura.
È una pistola che non solo è visibile, ma già innescata.
Chi legge capisce: qualcosa la trattiene la bambina, che non si fida, non vuole partecipare.
Ecco il punto interessante: questa è una pistola silenziosa, che può rimanere senza sparare se chi scrive non decide di darle una funzione.
La mascherina oggi può avere significati ambigui:
Per farla sparare, dunque, chi scrive deve:
Qualche giorno prima ero a Bari, ospite di un convegno organizzato dal CROAS Puglia. Un evento molto partecipato, molto vivo.
Anche lì ho parlato di narrazione e scrittura professionale, ma stavolta di fronte a più di 150 assistenti sociali in carica, a volte di lungo corso.
Il discorso ha fatto presa. In sala si è creato un ascolto profondo, qualcuno mi ha detto di essersi sentito “ispirato”.
Ma non sono mancate voci critiche.
Su Facebook, un’assistente sociale che ha partecipato al convegno ha commentato così:
“Non possiamo scrivere in prima persona, non stiamo raccontando favole: noi quando relazioniamo rappresentiamo il Servizio.”
Ed ecco riemergere una convinzione diffusa: per essere “professionali”, occorre scomparire dal testo. Niente io, niente noi. Solo fatti, impersonali, neutrali.
Ma la verità è che la neutralità non esiste. E non è nemmeno desiderabile.
Scrivere bene non significa scrivere favole.
Significa trovare parole che sappiano rendere conto della complessità senza tradirla.
Significa scegliere cosa mostrare, dove soffermarsi, cosa far parlare.
E per farlo, serve uno sguardo narrativo. Serve conoscere gli strumenti del racconto, anche se non stiamo scrivendo romanzi.
Scrivere nel servizio sociale è un atto di responsabilità.
Ogni parola pesa. Ogni descrizione costruisce un’immagine, e ogni immagine può restituire dignità o toglierla.
È un lavoro di precisione, ma anche di delicatezza. Un equilibrio tra la necessità di dire e il rispetto per chi viene detto.
Ecco perché insisto tanto sullo sguardo narrativo.
Perché saper scrivere bene, in questo contesto, significa saper osservare meglio.
E quindi, saper aiutare meglio.
Non si tratta di “abbellirsi” con la letteratura.
Si tratta di dotarsi di strumenti per essere più efficaci, più giusti, più presenti nel momento in cui mettiamo nero su bianco un’esperienza.
E sì, anche usare consapevolmente la prima persona può far parte di questo processo.
Non per protagonismo, ma per rendere visibile chi guarda. Per non confondere la propria voce con quella di un’istituzione astratta.
Scrivere “abbiamo osservato” al posto di “si è osservato” può fare la differenza.
Non è meno professionale. È solo più onesto.
Per stimolare il confronto con le mie studentesse, ho dunque chiesto di riscrivere la frase iniziale, rendendo esplicito il disagio della bambina senza forzare, senza appesantire.
La possibile riscrittura che ne è uscita è questa:
Sono strumenti professionali, capaci di costruire o deformare la realtà e vanno maneggiate con perizia. Non per diventare scrittori, ma per diventare migliori lettori del mondo che abbiamo davanti.
Perché la scrittura, in fondo, è un altro modo di prendersi cura. Degli altri, e di sé.