Storytelling: come sedurre il cervello

Scritto il 19 Aprile 2017

Cena degli auguri di Natale di un’azienda informatica con cui ho collaborato.

Amministratore delegato, impiegati, direttori, ingegneri, commerciali, tecnici: ci sono tutti. Sono quelli che durante l’anno lavorano alla stessa impresa, spesso senza conoscersi, senza sapere che faccia c’è dietro a una mail o quali mani hanno dato forma al prodotto di punta. Ma alla cena di Natale, poco importa: un giro di aperitivo e l’atmosfera si distende. Si parla, si mangia, si scoprono persone. Poi, anche a Natale arriva Cenerentola perde la scarpetta, e la magia svanisce: quando l’amministratore deve attaccare il discorso di auguri che, di fatto, si traduce in un puntuale e noiosissimo resoconto sull’andamento dei 365 giorni trascorsi, con tanto di slide, dati e tabelle! Applausi fintamente calorosi; l’A.D. prende la parola:

“Cari colleghi, se dovessi descrivere come mi sento alla fine di ogni anno, direi: come su una barca in mezzo al mare.  Quest’anno il mare è stato mosso, ma il cielo è sereno e vedo il faro all’orizzonte. E, soprattutto, quest’anno sulla barca non sono solo.  Ho accanto a me un equipaggio di tutto rispetto che…”

Lo straniamento dei presenti è evidente. Ma che storia è questa? E lo schermo? Le slide, i numeri? La metafora è ben costruita; gli ascoltatori, così, restano inchiodati al racconto che fila via veloce per poi lasciar spazio ai brindisi e soprattutto a una nuova, piacevole sensazione di consapevolezza e partecipazione. Perché questo era il punto: narrare l’anno vissuto, tratteggiare le prospettive future e coinvolgere, anziché semplicemente informare a riguardo. Senza rinunciare agli abituali contenuti, nemmeno ai numeri che, nel discorso, hanno avuto il loro spazio. L’Ad li ha solo raccontati in una storia: ha collegato eventi, dato una chiave di lettura, condiviso esperienza, e indicato una direzione. Insomma, ha fatto storytelling.

Lo so: è una parola brutta e molto di moda. Ma inflazione a parte, è proprio così e funziona. Da sempre.

L’uomo ha sempre raccontato storie per dare senso a ciò che gli accadeva, per creare condivisione e quindi comunità.

E ha sempre usato la narrazione, dalle iscrizioni rupestri in avanti, perché è così che funziona la mente umana: collegando fra loro le esperienze per consentirci di fare previsioni, per spingerci ad agire in modo rapido e funzionale. In sintesi: per farci sopravvivere. Il nostro pensiero è prevalentemente un pensiero narrativo.  Ecco perché i contenuti che vengono tradotti in storie ci arrivano facilmente, ci interessano, ci catturano.

Le neuroscienze lo confermano: lo storytelling funziona perché innesca peculiari attività neurologiche.
Una storia ben organizzata, e ben raccontata, attiva il cosiddetto accoppiamento neurale:  un processo che porta il narratore a sintonizzarsi con il cervello dei suoi ascoltatori. Se il narratore è bravo! In pratica, quando le persone conversano, i loro cervelli si sincronizzano: si tratta della parte dinamica più rilevante tra le attività cerebrali che caratterizzano i processi di apprendimento nella specie umana, la fase conclusiva di un processo che si avvia con la comunicazione e che viene favorita dall’uso di abili tecniche narratorie. Un buon storyteller può dunque arrivare dove pochi insegnanti di scuola sono mai arrivati.

Il cervello è cablato per “assorbire” storie. Le strutture neuronali, infatti, si sono evolute intorno al nesso causa-effetto: ogni azione produce una conseguenze e questo è ciò che ci aspettiamo. Quando la cnoseguenza manca, il cervello cerca di completare il puzzle azzardando un’ipotesi plausibile (oggettivamente o soggettivamente). E noi ragioniamo per storie, sia che compiliamo la lista della spesa (“Devo cucinare il dolce perché stasera ho ospiti …”), sia che svolgiamo compiti più complessi (“Rientro martedì mattina, così viaggio di lunedì ed evito il traffico della domenica…”). Così, ogni volta che ascoltiamo una storia, siamo inconsciamente portati a sovrapporla alle nostre esperienze personali, attivando una parte del cervello (il lobo dell’insula) che linka ciò che ascoltiamo/vediamo con le nostre personali esperienze.

Ecco perché la narrazione può avere un grande valore in azienda, e non solo per i discorsi dell’amministratore delegato. È una tecnica di scrittura molto efficace adatta a tante “presentazioni” che in azienda si mettono in scena e che puntano a coinvolgere chi vi assiste: nelle aule di formazione, nei momenti di condivisione di progetti, dati, strategie. Purché con buon senso: lo storytelling non è sempre necessario, né serve che le storie siano sempre metaforiche o simboliche. Si può anche scegliere di narrare storie realistiche, raccontando situazioni concrete; può essere impiegato con efficacia per analizzare lo stato di salute di un’organizzazione e nella gestione delle risorse umane. E  per spiegare quanto costa uno smartphone può darsi pure che qualche volta non serva. La destrezza sta nel capire cosa, come e quando! 😉

Sara Generali